Sabato 8 agosto 2009: in Italia entra in vigore la legge-vergogna…

…. altresì nota come “pacchetto sicurezza”.

Noi speriamo che tante voci si faranno sentire di opposizione decisa e intransigente alla legalizzazione dello squadrismo (“ronde”), alle vessazioni inutili contro i migranti, all’introduzione del reato di clandestinità, alla mortificazione dei principi del diritto.

Speriamo che nascano presto campagne di disobbedienza civile: affittare casa ai migranti, proteggerli, realizzare il loro diritto alla salute, all’educazione, alla soggettività di cittadini (l’anagrafe, il riconoscimento dei propri figli!). Chiunque di noi può in qualche misura opporsi a questa legge scellerata non obbedendo, dichiarando apertamente la propria disobbedienza, incitando altri a disobbedire.

Non è questo il tempo e il luogo di spiegare perché chi scrive queste note non è in grado, oggi, di fare di più.

Il disorientamento è grande e le sfide immani. Può essere utile, oggi, ascoltare voci del passato di chi ha vissuto un’epoca storica ancora più difficile e ha fatto le scelte giuste.

Per questo, seguendo l’esempio dell’amico Peppe Sini, infaticabile direttore del foglio quotidiano La nonviolenza in cammino , riproduciamo qui uno scritto di Aldo Capitini: “La mia opposizione al fascismo”, originariamente pubblicato in Il Ponte, XVI, 1, gennaio 1960. Capitini è stato il più grande pensatore e operatore della nonviolenza in Italia (per approfondimenti: www.aldocapitini.it, www.cosinrete.it).

Aldo Capitini alla prima marcia Perugia Assisi

Aldo Capitini alla prima marcia Perugia Assisi

Non e' facile elevarsi su quel patriottismo scolastico che ci coglie proprio
nel momento, dai dieci ai quindici anni, in cui cerchiamo un impiego
esaltante delle nostre energie, una tensione attiva e appoggiata a miti ed
eroi.
Quaranta anni successivi di esperienza in mezzo ad una storia
movimentatissima ci hanno ben insegnato due cose: che la devozione alla
patria deve essere messa in rapporto e mediata con ideali piu' alti e
universali; che la nazione e' una vera societa' solo in quanto risolve i
problemi delle moltitudini lavoratrici nei diritti e nei doveri, nel potere,
nella cultura, in tutte le liberta' concretamente e responsabilmente
utilizzabili.
Quella "patria" che la scuola ci insegno', che era del Foscolo e del
Carducci, e diventava del D'Annunzio e del Marinetti, non poteva essere il
centro di tutti gli interessi; e percio' potei essere nazionalista tra i
dieci e i quindici anni, ma non poi restarlo quando vidi la guerra in
rapporto, meno con la nazione, e piu' con l'umanita' sofferente e divisa;
quando dalla letteratura vociana e di avaguardia salii (da autodidatta e
piu' tardi che i coetanei) alla piu' strenua, vigorosa, e anche filologica
classicita', vista nei testi latini, greci e biblici, come valori originali;
quando portai la riflessione politica, precoce ma intorbidata dall'attivismo
nazionalistico, ad apprezzare i diritti della liberta' e l'apertura al
socialismo come cose fondamentali, insopprimibili per qualsiasi motivo.
Umanitario e moralista, tutto preso dalla ricostruzione della mia cultura
(eseguita tardi ma con consapevolezza) e anche dal dolore fisico, il
dopoguerra 1918-'22 mi trovo' del tutto estraneo al fascismo, anche se avevo
coetanei che vi erano attivissimi: non sentii affatto l'impulso ad
accompagnarmi con loro. Anzi, mi permettevo nella mia indipendenza, di
leggere la "Rivoluzione liberale", di offrire lieto il mio letto ad un
assessore socialista cercato dagli squadristi, e la mattina della "Marcia su
Roma" sentii bene che non dovevo andarci, perche' era contro la liberta'.
Certo, per chi e' stato, purtroppo (e purtroppo dura ancora), educato a quel
tal patriottismo scolastico, per chi non ha potuto nell'adolescenza non
assorbire del dannunzianesimo e del marinettismo, qualche volta il fascismo
poteva sembrare un qualche cosa di energico, di impegnato a far qualche
cosa; e comprendo percio' le esitazioni e le cadute di tanti miei coetanei,
che hanno come me press'a poco gli anni del secolo.
Se io fui preservato e salvato per opera di quell'evangelismo
umanitario-moralistico e indipendente, per cui non ero diventato ne'
cattolico (pur essendo teista) ne' fascista, e preferii rinunciare alla
politica attiva, a cui pur da ragazzo tendevo, scegliendo un lavoro di
studio, di poesia, di filosofia, di ricerca religiosa; tanti altri, anche
per il fatto di essere stati in guerra (io ero stato escluso perche'
riformato), lungo il binario del patriottismo, del combattentismo, dello
squadrismo, videro nel fascismo la realizzazione di tutto.
Queste mie parole sono percio' un invito a diffidare del patriottismo
scolastico, che puo' portare a tanto e a giustificare tanti delitti, e un
proposito di lavorare per un'educazione ben diversa. Questa e' dunque la
prima esperienza che ho vissuto in pieno: ho potuto contrastare al fascismo
fin dal principio perche' mi ero venuto liberando (se non perfettamente) dal
patriottismo scolastico; esso fu uno degli elementi principalmente
responsabili dell'adesione di tanti al fascismo.
*
Ed ora vengo alla seconda esperienza fondamentale. Si capisce che mentre il
fascismo si svolgeva, quasi insensibile com'ero alla soddisfazione
"patriottica", mi trovavo contrario alla politica estera ed interna. Per
l'estero io ero press'a poco un federalista, e mi pareva che un'unione
dell'Italia, Francia, Germania (circa centocinquanta milioni di persone)
avrebbe costituito una forza viva e civile, anche se l'Inghilterra fosse
voluta rimanere per suo conto; ma ci voleva uno spirito comune, che, invece,
il nazionalismo fece rovinare. Ebbi sempre un certo rispetto per la Societa'
delle Nazioni; e mi pareva che l'Italia avesse avuto molto col Trattato di
Versailles, malgrado le strida dei nazionalisti. Approvavo il lavoro di
Amendola e degli altri per un patto con gli Jugoslavi, che ci avrebbe
risparmiato tante tragedie e tante vergogne.
Per la politica interna la Milizia in mano a Mussolini, il delitto
Matteotti, la dittatura e il fastidio, a me lettore e raccoglitore di vari
giornali, che dava la lettura di giornali eguali, l'avversione che sentivo
per il saccheggio e la distruzione e l'abolizione di tutto cio' che era
stata la vita politica di una volta, le Camere del lavoro, le varie sedi dei
partiti, le logge massoniche; mi tenevano staccato dal fascismo.
Sapevo degli arresti, delle persecuzioni. Dov'era piu' quel bel fermento di
idee, quella vivacita' di spirito di riforme che avevo vissuto dal '18 al
'24? Quanti libri liberi, riviste ("Conscientia" per esempio, che conservavo
come preziosa), erano finiti! L'Italia che avrebbe dovuto riformarsi in
tutto, era ora affidata ad un governo reazionario e militarista! E io
ricordavo il mio entusiasmo per le amministrazioni socialiste: come seguivo
quella di Milano, quella di Perugia, mia citta'!
Non ero iscritto a nessun partito, non partecipavo nemmeno, preso da altro,
alla dialettica politica, ma le amministrazioni socialiste mi parevano una
cosa preziosa, con quegli uomini presi da un ideale, umili di condizione, e
"diversi", la' impegnati ad amministrare per tutti.
Sicche' ero contrario al regime, e la seconda esperienza fondamentale lo
confermo': fu la Conciliazione del febbraio del '29.
Non ero piu' cattolico dall'eta' di tredici anni, ma ero tornato ad un
sentimento religioso sul finire della guerra, e lo studio successivo, anche
filosofico e storico sulle origini del cristianesimo, di la' dalle leggende
e dai dogmi mi aveva concretato un teismo di tipo morale.
Guardando il fascismo, vedevo che lo avevano sostenuto in modo decisivo due
forze: la monarchia che aveva portato con se' (piu' o meno) l'esercito e la
burocrazia; l'alta cultura (quella parte vittima del patriottismo
scolastico) che aveva portato con se' molto della scuola. C'era una terza
forza: la Chiesa di Roma. Se essa avesse voluto, avrebbe fatto cadere,
dispiegando una ferma non collaborazione, il fascismo in una settimana.
Invece aveva dato aiuti continui. Si venne alla Conciliazione tra il governo
fascista e il Vaticano.
La religione tradizionale istituzionale cattolica, che aveva educato gli
italiani per secoli, non li aveva affatto preparati a capire, dal '19 al
'24, quanto male fosse nel fascismo; ed ora si alleava in un modo profondo,
visibile, perfino con frasi grottesche, con prestazione di favori
disgustose, con reciproci omaggi di potenti, che deridevano alla " scuola
liberale " e ai "conati socialisti", come cose oramai vinte! Se c'e' una
cosa che noi dobbiamo al periodo fascista, e' di aver chiarito per sempre
che la religione e' una cosa diversa dall'istituzione romana.
Perche' noi abbiamo avuto da fanciulli un certo imbevimento di idee e di
riti cattolici, che sono rimasti la', nel fondo nostro; ed anche se si e'
studiato, e si sanno bene le ragioni storiche, filosofiche, sociali, anche
religiose, per cui non si puo' essere cattolici, tuttavia ascoltando suonare
le campane, vedendo l'edificio chiesa, incontrando il sacerdote, uno
potrebbe sempre sentire un certo fascino.
Ebbene, se si pensa che quelle campane, quell'edificio, quell'uomo possono
significare una cerimonia, un'espressione di adesione al fascismo, basta
questo per insegnare che bisogna controllare le proprie emozioni, non farsi
prendere da quei fatti che sono "esteriori" rispetto alla doverosita' e
purezza della coscienza.
La Chiesa romana credette di ottenere cose positive nel sostenere il
fascismo, realmente le ottenne. Ma per me quello fu un insegnamento intimo
che vale piu' di ogni altra cosa. Non aver visto il male che c'era nel
fascismo, non aver capito a quale tragedia conduceva l'Italia e l'Europa,
aver ottenuto da un potere brigantesco sorto uccidendo la liberta', la
giustizia, il controllo civico, la correttezza internazionale; non sono
errori che ad individui si possono perdonare, come si deve perdonare tutto,
ma sono segni precisi di inadeguatezza di un'istituzione, ancora una volta
alleata di tiranni.
Fu li', su questa esperienza che l'opposizione al fascismo si fece piu'
profonda, e divenne in me religiosa; sia nel senso che cercai piu' radicale
forza per l'opposizione negli spiriti religiosi-puri, in Cristo, Buddha, S.
Francesco, Gandhi, di la' dall'istituzionalismo tradizionale che tradiva
quell'autenticita'; sia nel senso che mi apparve chiarissimo che la
liberazione vera dal fascismo stesse in una riforma religiosa, riprendendo e
portando al culmine i tentativi che erano stati spenti dall'autoritarismo
ecclesiastico congiunto con l'indifferenza generale italiana per tali cose.
Vidi chiaro che tutto era collegato nel negativo, e tutto poteva essere
collegato nel positivo. Mi approfondii nella nonviolenza. Imparai il valore
della noncollaborazione (anzi lo acquistai pagandolo, perche' rifiutai
l'iscrizione al partito, e persi il posto che avevo); feci il sogno che gli
italiani si liberassero dal fascismo noncollaborando, senza odio e strage
dei fascisti, secondo il metodo di Gandhi, rivoluzione di sacrificio che li
avrebbe purificati di tante scorie, e li avrebbe rinnovati, resi degni
d'essere, cosi' si', tra i primi popoli nel nuovo orizzonte del secolo
ventesimo.
Divenni vegetariano, perche' vedevo che Mussolini portava gli italiani alla
guerra, e pensai che se si imparava a non uccidere nemmeno gli animali, si
sarebbe sentita maggiore avversione nell'uccidere gli uomini.
*
Nel lavoro di suscitamento e collegamento antifascista, svolto da me dal
1932 al 1942, sta la terza esperienza fondamentale: il ritrovamento del
popolo e la saldatura con lui per la lotta contro il fascismo. Figlio di
persone del popolo, vissuto in poverta' e in disagi, con parenti tutti
operai o contadini, i miei studi (vincendo un posto gratuito universitario
nella Scuola normale superiore di Pisa) ed anche i primi amici non mi
avevano veramente messo a contatto con la classe lavoratrice nella sua
qualita' sociale e politica.
Anche se da ragazzo ascoltavo con commozione le musiche di campagna che il
primo maggio sonavano di lontano l'Inno dei lavoratori, di la' dal velo
della pioggia primaverile, non conoscevo bene il socialismo. Avevo visto dal
mio libraio le edizione delle opere di Marx e di Engels annerite dagli
incendi devastatori dei fascisti milanesi alla redazione dell'"Avanti!", ma,
preso da altro lavoro, non le avevo studiate.
Accertai veramente la profondita' e l'ampiezza del mondo socialista nel
periodo fascista, quando le possibilita' di trovare documentazioni e libri
(lo sappiano i giovani di ora, che se vogliono possono andare da un libraio
e acquistare cio' che cercano) erano di tanto diminuite, ma c'era, insieme,
il modo di ritrovare i vecchi socialisti e comunisti, che erano rimasti
saldi nella loro fede, veramente "fede" "sostanza di cose sperate ed
argomento delle non parventi", malgrado le botte, gli sfregi, la poverta',
le prigioni, le derisioni degli ideali e dei loro rappresentanti uccisi
("con Matteotti faremo i salsicciotti") e sebbene vedessero che le persone
"dotte" erano per Mussolini e il regime.
Ritrovare queste persone, unirsi con loro di la' dalle differenze su un
punto o l'altro dell'ideologia, festeggiare insieme il primo maggio magari
in una soffitta o in un magazzino di legname, andare insieme in campagna una
domenica (che per il popolo e' sempre qualche cosa di bello), e talvolta
anche in prigione: nella lotta contro il fascismo si formo' questa unione,
che non fu soltanto di persone e di aiuto reciproco, ma fu studio,
approfondimento, constatazione degli interessi comuni dei lavoratori e degli
intellettuali contro i padroni del denaro e del potere: si apriva cosi
l'orizzonte del mondo, l'incontro di Occidente e Oriente in nome di una
civilta' nuova, non piu' individualistica ne' totalitaria.
*
Questo io debbo al fascismo, ma in quanto ebbi, direi la Grazia, o interni
scrupoli o ideali che mi portarono all'opposizione. Opponendomi al fascismo,
non per cose di superficie o di persone o di barzellette, ma pensando
seriamente nelle sue ragioni, nella sua sostanza, nel suo esperimento e
impegno, non solo me ne purificavo completamente per cio' che potesse
essercene in me, ma accertavo le direzioni di un lavoro positivo e di una
persuasione interiore che dovevo continuare a svolgere anche dopo.
Il fascismo aveva unito in un insieme tutto cio' contro cui dovevo lottare
per profonda convinzione, e non per caso, per un un male che mi avesse
fatto, per un'avversione o invidia verso persone, o perche' avessi trovato
in casa o presso maestri autorevoli un impulso antifascista. Nulla di questo
ebbi, ed anche percio' ad un'attiva opposizione con propaganda non passai
che lentamente e dopo circa un decennio.
Posso assicurare i giovani di oggi che il mio rifiuto fu dopo aver sentito
le premesse del fascismo proprio nell'animo adolescente, e dopo averle
consumate; sicche' i fascisti mi apparvero dei ritardatari. Ero arrivato al
punto in cui non potevo accettare:
1, il nazionalismo che esasperava un riferimento nazionale e guerriero a
tutti i valori, proprio quando ero convinto che la guerra avrebbe indebolito
l'Europa, e che la nazione dovesse trovare precisi nessi con le altre;
2, l'imperialismo colonialistico, che, oltre a portare l'Italia fuori dalla
sua influenza in Europa, nei Balcani e a freno della Germania, era un metodo
arretrato, per la fine del colonialismo nel mondo;
3, il centralismo assolutistico e burocratico con quel far discendere tutto
dall'alto (per giunta corrotto), mentre io ero decentralista, regionalista,
per l'educazione democratica di tutti all'amministrazione e al controllo;
4, il totalitarismo, con la soppressione di ogni apporto di idee e di
correnti diverse, si' che quando parlavo ai giovanissimi della vecchia
possibilita' di scegliersi a vent'anni un partito, che aveva sue sedi e sua
stampa, sembrava che parlassi di un sogno, di un regno felice sconosciuto;
5, il prepotere poliziesco, per cui uno doveva sempre temere parlando ad
alta voce, conversando con ignoti, scrivendo una lettera, facendo un
telefonata;
6, quel gusto dannunziano e quell'esaltazione della violenza, del manganello
come argomento, dello spaccare le teste, del pugnale, delle bombe a mano, e,
infine, l'orribile persecuzione contro gli ebrei;
7, quel finto rivoluzionarismo attivista e irrazionale sopra un sostanziale
conservatorismo, difesa dei proprietari, di cio' che era vecchio e perfino
anteriore alla rivoluzione francese;
8, quell'alleanza con il conservatorismo della chiesa, della parrocchia,
delle gerarchie ecclesiastiche, prendendo della religione i riti e il lato
reazionario, affratellandosi con i gesuiti, perseguitando gli ex-sacerdoti;
9, quel corporativismo con una insostenibile parita' tra capitale e lavoro
che si risolveva in una prigione per moltitudini lavoratrici alla merce' dei
padroni in gambali ed orbace;
10, quel rilievo forzato e malsano di un solo tipo di cultura e di
educazione, quella fascista, e il traviamento degli adolescenti, mentre ero
convinto che della libera produzione e circolazione delle varie forme di
cultura una societa' nazionale ha bisogno come del pane;
11, quell'ostentazione di Littoria e altre poche cose fatte, dilapidando
immensi capitali, invece di affrontare il rinnovamento del Mezzogiorno e
delle Isole;
12, l'onnipotenza di un uomo, di cui era facile vedere quotidianamente la
grossolanita', la mutevolezza, l'egotismo, l'iniziativa brigantesca, la
leggerezza nell'affrontare cose serie, gli errori e la irragionevolezza
impersuadibile, mentre ero convinto che il governo di un paese deve il piu'
possibile lasciare operare le altre forze e trarne consigli e
collaborazione, ed essere anonimo, grigio anche, perche' lo splendore stia
nei valori puri della liberta', della giustizia, dell'onesta', della
produzione culturale e religiosa, non nelle persone, che in uniforme o no,
nel governo o a capo dello Stato, sono semplicemente al servizio di quei
valori.
*
Percio' il fascismo, nel problema dell'Italia di educarsi a popolo onesto,
libero, competente, corretto, collaborante, mi parve un potenziamento del
peggio e del fondo della nostra storia infelice, una malattia latente
nell'organismo e venuta fuori, l'ostacolo che doveva, per il bene comune,
essere rimosso, non in un modo semplicemente materiale, ma prendendo precisa
e attiva coscienza delle ragioni per cui era sbagliato, e trasformando in
questo lavoro se' e persuadendo gli altri italiani.

Dai circoli Ivan Illich – Celebrazione del risveglio

[Riprendo questo bel testo dalla pagina Facebook di Francesco Comina, intellettuale e personalità pubblica di Bolzano, per breve tempo assessore provinciale nella giunta uscente.

E' un testo radicale, ma sono convinto che le risposte alla crisi presente devono andare alla radice dei problemi.

E in un certo modo è un testo che parla a me, alle vicissitudini professionali che sto attraversando. Anch'io trovo che sia vero che abbiamo davanti a noi il compito di  "organizzare in allegria la società che immaginiamo...." Che significa questo, per le nostre scelte di tutti i giorni?

Ivan Illich

Ivan Illich

Ivan Illich è stato tra i più grandi intellettuali critici del ventesimo secolo, ha criticato alcune delle istituzioni più pervasive e totali della società contemporanea (la scuola, la medicina, l’economia, il sistema dei trasporti). A lui si deve l’introduzione del concetto di convivialità come alternativa radicale al produttivismo economicista che distrugge i rapporti sociali e mina l’ecosistema.]

INCONTRO MONDIALE DEI CIRCOLI DI LETTURA DI IVAN ILLICH - Cuernavaca (Mx) 30 nov-5 dic 2007

CELEBRAZIONE DEL RISVEGLIO – MANIFESTO POLITICO DEI NON SOTTOMESSI

E’ tempo di celebrazione. E’ giunta l’ ora del cambiamento e possiamo celebrare assieme il nostro risveglio e le capacità che tra tutti e tutte possiamo mettere a disposizione. E’ tempo di celebrare la nostra speranza.
Celebriamo il risveglio. Uno dopo l’ altro i sogni spezzati sono diventati incubi. I sogni dell’ industrializzazione e dell’urbanizzazione, della crescita economica, dello sviluppo e del progresso. I sogni della American way of life e del capitalismo o del socialismo. Al risveglio l’ orrore continuava ad essere lì. Ciascuna delle calamità naturali che ci colpiscono e che sono in aumento reca l’impronta di qualche irresponsabilità. Meno di cento persone possiedono più ricchezze materiali di tutti gli altri abitanti del mondo messi insieme. E continuano ad accumulare. Il risveglio parte dal riconoscimento lucido, senza catastrofismi né riduzione a spettacolo, del fatto che le istituzioni dominanti sono in crisi.
I sistemi educativi espellono più gente di quanta ne assorbano, generano spirito gregario , dipendenza e discriminazione e sminuiscono o dequalificano la produzione autonoma del sapere. Non preparano né per il lavoro né per la vita. I giovani “educati” dal sistema non troveranno certo l’impiego che sognavano : 7 su 10 non potranno mai lavorare nel settore per cui hanno studiato. E la scuola, sradicandoli e assorbendo il loro tempo e la loro attenzione, impedisce che imparino i saperi e le abilità che darebbero loro capacità di esistenza autonoma.
I sistemi sanitari fanno ammalare e discriminano, castigano la libertà autonoma di guarire e incrementano assuefazioni e dipendenze che non possono soddisfare.
I sistemi di comunicazione isolano, separano, manipolano e puntellano meccanismi di controllo castranti.
I sistemi politici sono la negazione della democrazia, avvolgono di illusioni la struttura di dominio e stimolano libertà che rendono schiavi, che generano prigionieri della dipendenza o dell’ invidia, e nello stesso tempo legano mani, piedi e lingue e tappano narici, orecchi e occhi, per negare la violenza e il caos che in questo modo propiziano e per impedire iniziative.
Il risveglio ci permette anche di contare le nostre benedizioni. Ci sono ancora nelle città iniziative che ordiscono un tessuto di reciproco aiuto. Intere comunità vivono radicate nelle proprie tradizioni millenarie, nelle quali l’acqua è ancora considerata sacra e tutti hanno libero accesso ad essa secondo le regole proprie di un ambito comunitario. Da essi traggono ispirazione coloro che sono fuggiti verso il futuro, con la modernità. Per rimpiazzare gli spazi pubblici di oggi, impersonali e astratti, creano ambiti comunitari che raccolgono ed esprimono lo spirito del luogo. In queste sacche di resistenza le persone prendono nuovamente nelle proprie mani le decisioni che influenzano la loro vita e percorrono di nuovo le proprie strade
Sappiamo che queste e molte altre benedizioni potrebbero scomparire. Ma è motivo di celebrazione constatare che l’impegno per salvarle sta crescendo fra i non sottomessi, i ribelli, gli scontenti o fra i cosiddetti poveri, che sono la maggioranza. Sanno che la guerra incessante scatenata contro di loro può privarli di sussistenza autonoma e condannarli alla miseria dipendente. Sanno anche che l’ ondata devastatrice dell’ avido sistema annienterà ogni impegno isolato. Per questo, organizzati per resistere, oggi trasformano la loro resistenza in lotte di liberazione. Fermi nella dignità dei propri ambiti, costruiscono catene di fiducia e solidarietà e coalizioni coi molteplici “noi” delle varie sacche di resistenza. Si costituiscono così reti di protezione che riflettono l’ ampliarsi della dignità di ciascuno e delle sue relazioni con gli altri e con la natura e si trasformano passo a passo nel sostegno del mondo che stanno così re-inventando
Le crisi hanno effetti drammatici sulla vita quotidiana, però rappresentano anche l’ alba di una liberazione rivoluzionaria, che favorisce l’ emancipazione dalle istanze che mutilano le libertà. Rivelano la natura e le debolezze del sistema dominante. Il capitale, ad esempio, ha più appetito che mai, ma non lo stomaco per digerire tutti quelli che vuole controllare.
L’ equità e la libertà sono del tutto illusorie se la società si organizza intorno alle automobili e alle scuole e mantiene al centro della vita sociale lo sviluppo della sfera economica. Per sottrarsi alle crisi periodiche, frutto della voracità e dell’ incompetenza, e ai danni causati dalla crescita economica, è giunta l’ora di proporsi la riduzione calcolata dell’ economia ufficiale, ridimensionando la sfera che cresce come un cancro e favorendo l’ espansione della sussistenza autonoma. Nel porre di nuovo la politica e l’etica al centro della vita sociale, subordinando ad esse l’attività economica, si sostituisce l’ossessione per la crescita economica con la visione di una società conviviale che garantisce a ciascuno libero accesso agli strumenti comunitari, il cui utilizzo vede come unica restrizione il non danneggiare la libertà di accesso degli altri.

Celebriamo la maturità tecnologica alla quale siamo arrivati. Sulla base dei mezzi tecnici attualmente disponibili tutti gli abitanti del mondo possono crearsi una vita buona, nei termini in cui in ogni luogo e in ogni cultura si definisce la buona vita. Ogni persona potrebbe avere accesso in misura sufficiente al cibo, al vestiario e all’ abitazione, se quei mezzi, alla portata di tutti e tutte, vengono impiegati in forma economicamente fattibile, socialmente giusta ed ecologicamente sensata, al di là delle ideologie fallimentari che hanno dominato il secolo XX e del sistema la cui agonia semina ancora instabilità e caos.
L’ espansione della dignità è una sfida radicale ai sistemi esistenti, poiché l’autonomia creatrice scalza alla radice le strutture su cui è basata la dominazione. Le reazioni tendono ad essere violente e distruttrici e la trasformazione stessa impone sacrifici e sforzi Sappiamo,inoltre, che rinunciare a miraggi ed illusioni che offrono sicurezza e comodità e resistere alla pressione castrante del sistema non è facile. Però le difficoltà che intravediamo non ci fanno arretrare. Svegliarsi vuol dire anche recuperare la condizione umana e l’ arte di soffrire, godere e morire di cui facciamo tesoro, trasformando il nostro scontento in affermazione dell’ arte di vivere con dignità.
Le crisi attuali sono tutte crisi di grandi dimensioni, perché le attività economiche e politiche hanno oltrepassato la scala umana. Sono prodotto dell’ arroganza e attirano il loro stesso castigo. Con la piena coscienza dei limiti naturali e sociali, al fine di combattere contro la scala oceanica delle grandi potenze nazionali e dei mercati comuni,si può costruire una rete di argini vernacolari fra loro interconnessi, entro i quali operino forme di scambio locale molto autosufficienti. In essi non potranno aver luogo le ondate devastatrici che caratterizzano gli avvenimenti odierni.
Questi argini cominciano a riflettere la misura in cui si recupera il senso della proporzione, il senso che si ha della comunità, il che rende possibile l’ autonomia creatrice e la libertà e può dare alla democrazia un senso di realtà. La democrazia non può stare se non nel luogo in cui la gente sta.
La vivono e la esprimono uomini e donne comuni che definiscono liberamente, nelle loro assemblee autonome, i problemi che li riguardano.
Nominare l’ intollerabile, in un mondo che comincia a mostrarsi disperato, è già in sé la speranza. Se consideriamo qualcosa intollerabile, si deve fare qualcosa. Per questo la speranza è l’ essenza dei movimenti popolari. Nel riscoprirla come forza sociale si dischiude la possibilità del cambiamento.
La speranza non deve essere vista come la convinzione che accadrà ciò che concepiamo, alla maniera delle predizioni convenzionali che generano attese illusorie. E’ la convinzione che qualcosa ha senso, indipendentemente da ciò che accadrà. Per questo la pura speranza risiede come prima cosa, in forma misteriosa, nella capacità di nominare l’ intollerabile, una capacità che viene da lontano e rende inevitabili la politica e il coraggio che proteggono le nostre benedizioni, le coltivano e le fanno fiorire. Invece di restare in attesa o riporre la speranza in miraggi, siamo in movimento, sganciandoci a poco a poco da ciascuno dei sistemi che ci rendono schiavi e ci sminuiscono per costruire in libertà un mondo nuovo, in cui siano contenuti i molti mondi che noi siamo.
Non accettiamo di venire ridotti ad atomi di categorie astratte, pure particelle omogeneizzate che ballano al ritmo dei sistemi nei quali si vuole integrare quegli individui ossessionati dal possesso in cui il capitale cerca di trasformare tutti e tutte. Nelle nostre sacche di resistenza ci consolidiamo nell’ amicizia, come malta che forma nuovi ambiti comunitari. In essi è possibile prendere le distanze dagli strumenti materiali e sociali che rendono schiavi, per organizzare in allegria la società che immaginiamo, al di là di ogni ingegneria sociale e di ogni impegno pianificatore capitalista o socialista.
E’ giunta l’ ora di celebrare la capacità di dare alla nostra realtà di oggi la forma del domani, ben ancorata in un passato che continua ad essere fonte di ispirazione.

Sottoscritto il 5 dicembre 2007 dai partecipanti all’ Incontro “La convivialità nell’ era dei sistemi”, organizzato in omaggio a Ivan Illich nel quinto anniversario della morte. E’ un manifesto aperto ad altri ed altre che condividano queste idee, comportamenti e speranze e la decisione di promuovere i cambiamenti e le proposte in esso auspicate.

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