Da alcune settimane si è riaccesa la protesta contro il disegno di legge di riforma dell’università, la cosiddetta “Riforma Gelmini”. Il disegno di legge è stato approvato dalla Camera, ma la sua discussione al Senato è slittata a dopo il 14 dicembre: è ragionevole supporre che, se il governo verrà sfiduciato, naufragherà il ddl di riforma, almeno in questa versione.
Non è facile leggerlo, il disegno di legge. Interviene su aspetti molto diversi del sistema universitario, senza che sia individuabile un’intenzione riformatrice coerente (a questo, ahimé, il legislatore italiano ci ha abituati). Ed è scritto in uno stile ridondante che ne rende più difficile la comprensione.
Sarà per queste ragioni che alcuni aspetti innovativi del provvedimento sono stati ingiustamente dimenticati nella discussione pubblica, dove pure sono state espresse numerose e ben argomentate critiche. Ai lettori di questo blog vorrei pertanto offrire uno spunto informativo che, nella discussione sui giornali e in tv, non hanno forse ancora potuto apprezzare.
Si tratta dell’articolo 23, che disciplina i contratti per le attività di insegnamento universitario. E’ un articolo importante, in quanto gran parte del lavoro di didattica è oggi affidato a personale “non strutturato” (cioè senza contratto a tempo indeterminato come ricercatore o professore).
“Le università… possono stipulare contratti a titolo gratuito o oneroso…per attività di insegnamento al fine di avvalersi della collaborazione di esperti di alta qualificazione in possesso di un significativo curriculum scientifico o professionale, che siano dipendenti da altre amministrazioni, enti o imprese, ovvero titolari di pensione, ovvero lavoratori autonomi in possesso di un reddito annuo non inferiore a 40.000 euro”.
Ecco, noi questa discriminante di censo per ottenere contratti di insegnamento ancora non l’avevamo sentita, e immaginiamo che non abbia uguali (per lo meno non conosciamo altri esempi) nella comunità internazionale. Forse facciamo male a continuare a stupirci, ma questa ci sembra proprio un’enormità: Sei povero? Allora non puoi insegnare. Notate anche che per i collaboratori parasubordinati (“co.co.co”, o “co.co.pro.”), che formano una gran parte del precariato intellettuale, la possibilità di affidare contratti semplicemente non è prevista. Sei precario? Non ti vogliamo (anche se per assurdo guadagnassi tanto).
Ci sarà tempo e modo di discutere la questione dei contratti di insegnamento all’università, del loro uso e abuso nel sistema odierno. Per adesso segnaliamo l’enormità della disposizione contenuta nell’articolo 23. Già solo per questo, il Senato dovrebbe correggere il ddl, e rimandarlo alla Camera. Le opposizioni farebbero bene a chiedere conto di questa e di altre inaccettabili norme della “riforma”, e mettere fine all’iter di un provvedimento dai limiti così evidenti. Ah, sì, le opposizioni…!
8 dicembre 2010 alle 16:09
Questo provvedimento folle fa parte del pacchetto di proposte presentate dal Partito Democratico:
http://www.partitodemocratico.it/dettaglio/104924/il_ddl_gelmini_una_riforma_necessaria_una_legge_sbagliata_le_proposte_del_pd_al_senato
Nelle loro intenzioni, erano i contratti a titolo gratuito a poter essere affidati a docenti ricchi; la riforma Gelmini riprende il concetto, e lo estende a tutti i tipi di contratto di docenza.
9 dicembre 2010 alle 06:19
La proposta bocciata al senato e proposta dal PD è pari pari a questa passata con voti bi-partisan:
http://www.freenewsonline.it/2010/07/30/docenze-universitarie-come-esperto-per-il-pd-e-questione-di-censo/
9 dicembre 2010 alle 16:24
Ma questo che ci dici è un mero dato di fatto (e allora?), una spiegazione (e quindi?) o un tentativo di assoluzione (ma dai!)?
9 dicembre 2010 alle 16:23
mi sembra corretto. Spiego: un insegnante non si limita a mettere a disposizione nozioni, insegna anche ciò che è. Ora, essere poveri non è un modello accettato nella nostra società. Chi è povero protesta per non esserlo, oppure soffre in silenzio, oppure – se ha un bel corpo – s’offre e guadagna. Le classi povere vogliono che i loro figli diventino avvocati, dottori, commercialisiti, politici… insomma, che facciano professioni lucrose, anche se talvolta non ben identificate. I sindacati protestano per i salari bassi. E così via. Quindi, perché diavol mai un povero dovrebbe trasferire con la sua materia uno stile di vita che la società attuale ritiene falliemntare? Prima soffa (o s’offra) e diventi ricco, poi lo staremo a sentire. i diseredati, siano riservati alle trasmissioni pietistiche, dove cmq veongono commentati dai ricchi. E ora scusate, ma interrompo per andare a contare i miei soldi (mi ci vuole tempo…)
10 dicembre 2010 alle 04:29
@Manlio: mi permetto di aggiunge al tuo attuale e illuminante commento alcune osservazioni riguardo la tutela per i professori emeriti, auspicata nell’art. 23 della “riforma” Gelmini. Questi infatti potranno legittimamente insegnare ai giovani argomenti innovativi nel dopoguerra in qualità di testimoni occulari. Che bello sarebbe avere un padre costituente che ti parla della Costituzione o uno dei ragazzi di via Panisperna che ti parla dell’innovazione in fisica. E’ bello e rassicurante sapere che almeno quando andrò in pensione, ammesso che nei prossimi 28 anni la legge non cambi, potrò legittimante tenere lezioni universitarie su Disabilità, Didattica e Informatica grazie alla professionalità semi-secolare che avrò acquisito. Del resto l’Italia non si baserà sempre di più sui pensionati dato che i giovani bamboccioni e gli universitari fannulloni non sono affidabili? Ti faccio notare anche che blocco del turn-over + criteri assurdi per dare ad esterni incarichi didattici porteranno alla riduzione dell’offerta formativa (per non dire alla chiusura) degli atenei pubblici a vantaggio degli atenei privati.
11 dicembre 2010 alle 00:28
[...] post precedente ho parlato di un dettaglio contenuto nel DDL di riforma dell’università (la cd. Riforma [...]
27 dicembre 2010 alle 16:05
scusatemi tanto non ho capito bene se l’art. 23 nella sua interezza, è frutto tratto dalla proposta del Pd, oppure il Pd aveva proposto l’intervento gratuito di intellettuali con guadagno non inferiore ai 40 mila euro l’anno? Vi sembra la stessa cosa? In più c’è da dire che l’egoismo sociale o la mancanza di lungimiranza dura già da svariati decenni ormai, perchè è prassi diffusa, forse nella rincorsa al risparmio, “adoperare in uso”, insegnanti oppure meglio dire esperti nelle materie, che senza un minimo di selezione, se non per conoscenza, che hanno coperto ruoli di non loro diretta pertinenza, avendo già un lavoro a tempo indeterminato. Sono anni quindi che sulla pelle delle future generazioni si coltiva una separazione tra le generazioni, utilizzando anche elementi di seduzione. Infatti lavorare nelle università è sempre un elemento di attrattiva sociale e psicologica,tanto più se senza selezione e per chiamata personale.